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	<title>pastori - Laceno Travel</title>
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	<description>Lago Laceno Vacanze a Laceno montagna, neve, gastronomia e sport</description>
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		<title>Romani, pastori e fede: Fede e tradizioni alimentari a Bagnoli Irpino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vincent]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2015 08:44:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Federico Lenzi Romani, pastori e fede: Fede e tradizioni alimentari a Bagnoli Irpino Fede, storia e tradizioni: sono queste le costanti che incontriamo viaggiando nei vari paesi irpini. Molte di queste tradizioni stanno sparendo con il mutare dei&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<pre>di Federico Lenzi</pre>
<h2 style="text-align: justify;">Romani, pastori e fede: Fede e tradizioni alimentari a Bagnoli Irpino</h2>
<p style="text-align: justify;">Fede, storia e tradizioni: sono queste le costanti che incontriamo viaggiando nei vari paesi irpini. Molte di queste tradizioni stanno sparendo con il mutare dei costumi e molte altre stanno morendo con lo spopolamento dell’entroterra campano. Sono gli ultimi bagliori di questo mondo magico e sconosciuto ormai al tramonto che vogliamo raccontarvi qui su “Terre del Lupo”. Vogliamo raccontarvi di una terra ancora viva; ma vi assicuriamo che i nostri racconti a poco valgono rispetto alle atmosfere, alle sensazioni e alla natura di vivere ed essere parte di questi secolari riti folcloristici.</p>
<p style="text-align: justify;">Una celebrazione che appare ingenua e spontanea, ma al contempo complessa ed oscura nella sua stessa semplicità; ha colpito gli altri scrittori di questo sito che mi hanno invogliato a raccontare questa volta una festa tradizionale di Bagnoli Irpino. Ciò che più ha suscitato la curiosità dei cosiddetti “forestieri” (termine con cui sin dal Medioevo s’identificano coloro che non abitano nel paese, ma provengono da fuori, dalle foreste che circondavano gli abitati) è stata la tradizione del panino a forma di croce. Un panino che nulla ha a che vedere con il “pizziarieddu”: il pane intrecciato a ciambella preparato senza sale a Pasqua. Ogni anno il venticinque aprile la comunità bagnolese festeggia San Marco Evangelista recandosi nella chiesa campestre ad esso dedicata per ascoltare la messa e per mangiare poi il consueto panino a forma di croce imbottito di ricotta e a volte anche di frittata. Questa tradizione è fortemente radicata in tutta la cittadinanza: lo dimostra il fatto che i maestri all’avvicinarsi della ricorrenza domandano agli alunni cosa si festeggi il venticinque aprile e recidivamente gli alunni rispondono in coro “santu marcu”, nonostante ore di spiegazioni sulla liberazione da parte degli alleati. Anche se la festa non è stata dimenticata e i tradizionali panini vanno a ruba, il modo di svolgimento sta scemando: oramai dopo la messa sono solamente i ragazzi a rimanere nei prati intorno alla cappella per consumare il panino a forma di croce accompagnato, però, sempre più da affettati e sempre meno dalla ricotta pecorina locale. Secondo il prof. Russo, studioso di tradizioni irpine, il panino a forma di croce simboleggia Cristo risorto e la ricorrenza della Pasqua nel periodo primaverile. L’imbottitura a base di ricotta di pecora bagnolese è legata alla richiesta di protezione fatta dai pastori bagnolesi a San Marco prima di partire per la transumanza. Questo voto veniva poi sciolto in questo giorno, quando giunti in paese piantavano recinti provvisori in questa zona e regalavano il latte prodotto a tutta la popolazione. Quindi la festa del santo si univa alla festa per il ritorno dei paesani con le greggi dalla Puglia. Era usanza piantare recinti provvisori nei dintorni della chiesetta (nella zona bassa del paese), perché le nevi sul Laceno si scioglievano soltanto nel mese di giugno.</p>
<figure id="attachment_2831" aria-describedby="caption-attachment-2831" style="width: 300px" class="wp-caption aligncenter"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-2831 " style="margin-top: 5px; margin-bottom: 5px;" src="https://lacenotravel.it/wp-content/uploads/2025/11/prima-nevicata-lago-laceno.jpeg" alt="Lago laceno" width="300" height="300" /><figcaption id="caption-attachment-2831" class="wp-caption-text">Lago Laceno</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Studi scientifici condotti all’inizio del secolo scorso nel Lago Laceno raccontano infatti che la temperatura media nel mese di giugno sull’altopiano fosse di venti gradi e le filastrocche popolari raccontano delle prime nevicate sin dal mese di ottobre! Indubbiamente nel territorio altirpino c’è stato un graduale, ma evidente cambiamento climatico che ha inciso molto sulle tradizioni popolari. Gli antichi riti contadini ne risultano quindi in larga parte scombussolati e questo ha contribuito al venir meno di molte tradizioni. Basti pensare che un tempo era normale conservare la neve nei valloni sotto folti strati di fogliame ed usarla per fabbricare gelati nei mesi più caldi (ai nostri giorni la neve d’estate si può trovare solamente presso il butto della neve all’ombra del monte Acellica). Inoltre, oggi i pastori spostano le greggi con i tir e ritornano direttamente al Laceno o costruiscono stalle sull’altopiano dove tenere gli animali nella stagione fredda. Anche lo scemare del profondo senso di religiosità e di appartenenza alla comunità minano la sopravvivenza di queste antiche feste.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo un altro studioso locale questa celebrazione è invece legata alla cerimonia dei “Robigalia” celebrata nello stesso giorno dagli antichi romani per onorare il dio greco-egiziano Serapide per la nascita delle prime spighe di grano e per pregare il dio Robigo affinché non facesse ammalare il raccolto. Ovidio ci parla di questa cerimonia nel quarto libro dei “Fasti” descrivendoci una processione di persone vestite di bianco che recatasi nel bosco sacro sacrificava una pecora di due anni e un cane. Si sacrificava il cane proprio perché quella data all’epoca coincideva con l’apparizione di Sirio detta la “stella del cane” e l’inizio della stagione calda. I terreni che partono da questa zona del paese e arrivano fin sotto Nusco sono i meno impervi e i più adatti all’agricoltura. Sono, inoltre, presenti nella zona antiche fontane romane, i resti di acquedotto romano e poco distante sono stati ritrovati i resti d’insediamenti romani lungo quella che fu una delle principali vie di comunicazione dell’epoca. Quindi questa potrebbe essere una tradizione instituita dai primi abitanti di questa terra, poi sopravvissuta nel corso dei secoli mutando significato con il cambiare delle culture.</p>
<p style="text-align: justify;">La cappella attorno a cui si celebra la festa sorge in quelli che fu la zona agricola del paese, un tempo molto distante da esso (ma nella seconda parte del secolo scorso il paese si è avvicinato a questa zona) e si presenta come una costruzione povera e semplice. Non vi sono fregi e neanche portali, vi si conserva soltanto un affresco settecentesco che copia un quadro di Giacomo Cestaro (pittore locale) raffigurante “La Vergine con San Marco” e una statua di “Gesù Bambino”.</p>
<p style="text-align: justify;">Le celebrazioni di San Marco sono legate alle festività del quattro maggio in onore della “Pietà”: anche per questa festa era usanza mangiare un panino a forma di croce accompagnato da una frittata. Anche questa tradizione era affine a quelle legate a vari eremi sparsi tra le falde o lungo i costoni delle montagne. Si tratta nella maggior parte dei casi di antichi tempi pagani legati alle divinità metereologiche invocate in primavera. Successivamente le chiese hanno sostituito i templi e il cristianesimo ha inglobato queste tradizioni, ma questa è un’altra storia…</p>
<p style="text-align: justify;">centro storico Bagnoli Irpino</p>
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		<title>Transumanza, i tratturi e i legami con l&#8217;Irpinia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vincent]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Aug 2014 15:02:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Transumanza, i tratturi e i legami con l&#8217;Irpinia DA  UNO STUDIO DEL DIPARTIMENTO DI SCIENZE ECONOMICHE E STATISTICHE DELL’UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI SALERNO. La transumanza fu uno straordinario fenomeno di emigrazione stagionale delle greggi dai luoghi di montagna dell’Abruzzo,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Transumanza, i tratturi e i legami con l&#8217;Irpinia</h2>
<p style="text-align: justify;">DA  UNO STUDIO DEL DIPARTIMENTO DI SCIENZE ECONOMICHE E STATISTICHE DELL’UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI SALERNO.</p>
<p style="text-align: justify;">La transumanza fu uno straordinario fenomeno di emigrazione stagionale delle greggi dai luoghi di montagna dell’Abruzzo, del Molise, della Campania e della Basilicata che si recavano nella pianura del Tavoliere.</p>
<p style="text-align: justify;">Un fenomeno millenario che si ripeteva ogni anno e di generazione in generazione lungo itinerari detti tratturi. Termine quest’ultimo utilizzato-secondo quando scrive Italo Palasciano, “Le lunghe vie erbose , tratturi e pastori del Sud”, Lecce, 1981_ nella prammatica del 1 agosto 1447 di Alfonso I d’Aragona che istituiva la “Regia Dogana della Mena delle pecore di puglia”. I pastori, quindi, per spostarsi con i loro greggi dovevano servirsi dei tratturi i quali erano sottoposti ad una rigida normativa disciplinare in grado di tutelare sia il flusso del gregge sia la loro sicurezza. Essi erano larghi 111.11 metri ed erano delimitati lungo il percorso da “termini lapidei” ossia da blocchi di pietra sui quali erano scolpite le lettere R.T., che stavano ad indicare Regio Tratturo, ed il numero che li contraddistingueva. Sui tratturi le greggi viaggiavano durante il giorno e sostavano, richiuse in recinti, durante la notte. Adiacenti ad essi in località pianeggianti, ricche di erbe, e presso corsi d’acqua si estendevano i “riposi”, dove le greggi potevano sostare per un periodo più lungo.</p>
<p style="text-align: justify;">Sui tratturi non si muoveva solo il gregge, ma un’intera organizzazione itinerante di uomini e animali. Alla conduzione di tale organizzazione c’era il massaro che a volte era anche il proprietario del gregge. Egli era responsabile della manifattura e della custodia della ricotta e del formaggio oltre che del buon andamento dell’intera azienda transumante. Alle sue dipendenze c’era il sotto-massaro e caciere che divideva con lui alcune responsabilità e sovrintendeva sul restante personale.  Seguivano i butteri che erano addetti alla custodia degli animali da soma e al trasporto della paglia, delle reti, dei paletti, della legna ed altro. I butteracchi erano i cordinatori dei butteri che custodivano i ricoveri ed eseguivano servizi di trasporto con i somari.  I pastori e i pastoricchi aiutavano nelle quotidiane attività di mungitura, di guardia e di abbeveraggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla base di questa gerarchia pastorale c’erano i guaglioni o garzoni inservienti apprendisti che preparavano il fuoco e qualcosa da mangiare. Il sistema doganale durò tre secoli e consentì  il massimo sviluppo della transumanza e una fonte di entrata inesauribile per lo stato. Con l’abolizione della dogana nel 1806 e la successiva legge di affrancazione nel 1865, le terre del Tavoliere furono man mano liberate dal vincolo di pascolo comportando una lenta sparizione della transumanza che, anche con minore rilevanza, continuerà fino agli anni 50 del Novecento.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche nelle comunità irpine la pastorizia per ragioni di sopravvivenza doveva annualmente spostarsi dai luoghi più alti e più rigidi, sfruttabili solo in estate, a quelli pianeggianti pugliesi più caldi per il periodo invernale, poiché l’inclemenza del clima nel periodo invernale comprometteva la produttività degli allevamenti e la stessa esistenza degli armenti: anche per l’Irpinia nacque dunque l’esigenza della transumanza, il cui fenomeno si manifestava generalmente lungo il trattuto Pescasseroli – Candela (221 Km) il secondo per lunghezza dopo quello dell’Aquila –  Foggia (243,597 km), per il tratto che inizia a Casalbore e si conclude a Zungoli, prima di immettersi nella provincia di Foggia. Considerata quest’ultima la finestra del tavoliere.</p>
<p style="text-align: justify;">Il viaggio dei locali Irpini lungo i tratturi era di circa  tre o quattro giorni, rispetto a quello medio degli abruzzesi che era di venti giorni. I pastori influenzavano con i loro passaggio la storia economica, civile e religiosa dell’alta irpinia e, soprattutto, dei 5 paesi più prossimi al Trattuto Pescasseroli – Candela: Casalbore, Montecalvo, Ariano Irpino, Villanova e Zungoli. Accanto a questi  si sono i tartturelli: Foggia – Camporeale, che attraversava i comuni di Greci e Ariano Irpino, Volturara – Castelfranco, che attraversava il comune di Greci; San Guglielmo o del Pisciolo, che passava per Monteverde; ed il braccio detto del Fascino, in località Montecalvo Irpino; le due “aree di sosta” di Casalbore importanti per i pastori in transito.; la Valle d’Ansanto, le cui acque curavano gli armenti dalla scabbia. L’elemento poi che più di ogni altro accompagnò i pastori sul tratturo fu la fede che li aiutava ad affrontare una vita difficile e che costituì il motivo dell’affermarsi di un gran numero di riti, sia nel territorio pugliese che in quello Irpino.  I tratturi divennero fonti di vita e civiltà, poiché qui i più giovani apprendevano mestieri e anche alcune forme d’arte come il suono di vari strumenti, l’intaglio di oggetti in legno e il genere letterario dei poemi epici. Questi percorsi erbosi furono le vie di comunicazione di una vita che ebbe molti riflessi lettere rari. Infatti, la transumanza Irpina fu al centro di un patrimonio di leggende, di canti, di linguaggi dando vita ad una vera e propria civiltà culturale. Il legane con il regio tratturo della ferrovia Avellino – Rocchetta S.Antonio viene sottolineato nella mostra curata dall’archivio di Stato di Avellino e dalla Pro Loco di Andretta.</p>
<p>L'articolo <a href="https://lacenotravel.it/transumanza-i-tratturi-e-i-legami-con-lirpinia/">Transumanza, i tratturi e i legami con l&#8217;Irpinia</a> proviene da <a href="https://lacenotravel.it">Laceno Travel</a>.</p>
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